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Carteggio D'Agostino 1
http://www.adaptive.it/ph/modpot.htm

Riporto lo scambio di vedute col prof. Francesco D'Agostino avvenuto a proposito di quanto ho scritto qui: Cristianesimo e modernità



----- Original Message -----
From:Bruno CAUDANA
Sent: Monday, April 25, 2005 6:42 PM
Subject: Cristianesimo, modernità ed evoluzione

Nel progetto di restaurare la Ragione, papa Ratzinger nega l'evoluzione.

Papa Ratzinger ha finalmente detto pubblicamente a voce alta quello che i veri cristiani pensano: "Ciascuno di noi NON è un prodotto casuale dell'evoluzione. Ciascuno di noi è voluto, amato da Dio" (cito a memoria dallo speciale TG1 del 24-APR-2005, detto durante la sua messa di insediamento).

Mi domando: è compatibile il cristianesimo con la modernità? Io sostengo di NO.

Non lo è per molte ragioni, ma due sono fondamentali.

La prima è la relazione di dipendenza che intercorre tra materia e logos. La dottrina cristiana fa dipendere la materia dal logos. La modernità mostra invece che il logos si genera dalla materia per evoluzione darwiniana.

La seconda è il modo con cui si produce conoscenza. La dottrina cristiana fa dipendere la costituzione della Ragione dalla Fede. La modernità invece fa nascere la conoscenza dall'osservazione critica dei fenomeni.

Argomenti svolti qui:
http://www.adaptive.it/ph/moderncri.htm

Da convinto evoluzionista, quale sono, mi domando se potrò ancora ragionare.

Saluti.
--
Bruno CAUDANA
b.caudana@ieee.org


DISCLAIMER:

Questa lettera aperta è inviata con l'intenzione di far circolare pensiero a titolo puramente personale, gratuito e in modo estemporaneo. Può essere liberamente fatta circolare purché in forma integrale e citazione della fonte. Chi ritenesse di averla ricevuta indesideratamente, o per errore, può cancellarla o non leggerla e, se ricevuta direttamente da me firmatario, può chiedermi di non riceverne eventualemnte altre. Il confine tra rispetto della privacy e libertà di espressione è purtroppo sottile, incerto e confuso. Mi scuso con chi trovi questa intrusione fastidiosa.
Copyright © 2005



----- Original Message -----
From:
To: "Bruno CAUDANA"
Sent: Monday, April 25, 2005 8:53 PM Subject:
Re: Cristianesimo, modernità ed evoluzione

Gentile Sig. Caudana, credo che le preoccupazioni che lei comunica nel suo e-mail siano infondate. Esistono almeno due (semplici) argomenti per mostrarlo:

a) molti scienziati anche di altissimo livello (solo per l'Italia citerei Luigi De Carli e Bruno Dallapiccola, genetisti di fama) accettano la teoria dell'evoluzione e nello stesso tempo credono nella rivelazione cristiana, senza avvertire alcuna contraddizione (è un mero argomento "di fatto");

b) le dinamiche evolutive, comunque le si voglia intendere (lei saprà bene che esiste un darwinismo, un "neo-darwinismo" e teorie alternative al darwinismo, senza contare prospettive, come quella di Bergson, che accettano l'evoluzione, ma come "evoluzione creatrice") non sono autoreferenziali; bisogna spiegare perché la "materia", anziché restare "inerte" evolva. Il credente (magari a torto, ma non entrando in una contraddizione) ritiene che l'evoluzione sia attivata da un principio che è al di fuori della materia stessa e che la tradizione creazionista chiama "Dio" (e questo è un argomento "di principio").

Questi due argomenti (che le ho presentato in forma elementare, ma che ovviamente si possono trovare esplicitati in testi ben più ampi e strutturati) non servono certo a indurre nessuno a "convertirsi". Ma dovrebbero servire a smussare certe durezze, come quelle che trovo nei suoi testi. Se uno scienziato come Einstein non si lasciava intimidire da Darwin e continuava a professarsi credente (sia pur in modo eterodosso, rispetto al suo ebraismo), perché noi, persone ben meno addentro di lui nella scienza, dovremmo essere così sicuri che tra darwinismo (ben inteso) ecreazionismo (ben inteso) ci sia una assoluta incompatibilità?

Con molta cordialità, Francesco D'Agostino


----- Original Message -----
From: Bruno CAUDANA
To: dagostino@lettere.uniroma2.it
Sent: Thursday, May 12, 2005 3:34 PM
Subject: Re: Cristianesimo, modernità ed evoluzione

Gentile prof. D'Agostino, grazie per la sua risposta. Ma dissento e controbatto.

Questione a).

Io ho detto che, a causa di un diverso modo di intendere la ragione e di produrre conoscenza tra modernità e cristianità, si generano oggettivamente difficoltà di coerenza in chi, cristiano, decida di praticare la modernità come l'ho definita.

Non nego affatto che ci siano scienziati di grandissimo livello che sono o si professano credenti e che sono sicuramente molto più competenti di me su molte questioni. Né ho mai fatto questione di persone, ma ho sempre solo rilevato difficoltà di coerenza tra ragionamenti, osservazioni e affermazioni della dottrina cristiana. Presumere verità di fede non aggredibili dal ragionamento e dall'osservazione, come assume PER DOGMA la cristianità, prelude alla scissione tra atteggiamento scientifico moderno e cristianità.

Se qualcosa non è argomentabile, l'atteggiamento del pensiero moderno riconosce che non se ne può dire nulla o che si tratta di congetture. In ogni caso, mai parla di verità definitive. Non presume che se ne può dire comunque qualcosa e che quella è Verità. Mi astengo dal fare l'elenco delle Verità di fede, peraltro non argomentabili e non sostenibili. Voglio però rimarcare la differenza di condotta tra modernità e cristianità che sovente diventa un vero problema di compatibilità.

Questione b).

Papa Ratzinger, vicario di Cristo in terra (per i cattolici); primate della Cattolicità e ultimo giudice in materia di dottrina; importante teologo; docente di dogmatica in importanti facoltà universitarie; profondo e raffinato intellettuale e filosofo; fautore di un Cristianesimo razionale; persona intellettualmente onesta e chiara, dice e scrive: "Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario". Non posso immaginare che egli non sappia, o che non capisca, quello che dice: lo sa e lo capisce tanto bene da rilevare proprio nella eventualità che la materia crei la ragione una delle principali cause dello sgretolarsi del cristianesimo.

Il darwinismo (bene inteso, come chiede Lei) dice con chiarezza che anche noi siamo prodotto del meccanismo evolutivo (riproduzione con mutamento casuale + selezione naturale) e basta; meccanismo che non ha nulla di misterioso in linea di principio e non presume altro al di là delle regolarità fisico/chimiche della materia e dell'energia. Si vedano gli argomenti che vanno da Darwin a Mayr e Monod. Ma al di là se l'evoluzionismo darwiniano descriva correttamente la realtà o meno, esso rende superfluo e irrilevante Dio per spiegare l'origine e il funzionamento di tutta l'evidenza biologica.

Chi accetta l'evoluzione darwiniana, accetta questo.

E' difficile trovare un contrasto più netto. Voglio ricordare una definizione di verità, cardine di ogni logos, linguaggio e razionalità, che mi pare risalga a Platone, autore molto amato e mal copiato dalla cristianità: dire il vero è dire di ciò che è che è, e di ciò che non è che non è; dire il falso è dire di ciò che non è che è, e di ciò che è che non è. Poi si discute, perché non è mai facile dire di qualcosa che cosa essa sia. Per questo esercitiamo i nostri cervelli e, forse, produciamo conoscenza. Cembali che tintillano, si spera intonati.

Questo, a mio parere, indica quanto la difficoltà di relazione tra modernità e cristianesimo, esposta in "Cristianesimo e modernità" [ http://www.adaptive.it/ph/moderncri.htm ], sia una vera questione profonda e non un mio capriccio in mezzo ad oceani di retorica.

E ora le sottigliezze.

Mi lasci però prima tratteggiare un po' di background, altrimenti si rischiano malintesi.

Lei è un accademico che si occupa professionalmente di filosofia intorno alle questioni poste dalla biologia. Perciò dò per scontata la frequentazione più o meno approfondita delle tematiche e degli argomenti riassunti in molti testi, ad esempio in modo esauriente ma sintetico nei libri di Edoardo Boncinelli e di Marcello Cini in Italia. Un altro ottimo punto di riferimento, a mio giudizio, è il "Dizionario di Biologia" curato da Aldo Fasolo (UTET 2003), che riunisce i contributi di autorevoli studiosi italiani. Dò anche per scontata una certa frequentazione delle tematiche scientifiche di base così come sono, ad esempio, splendidamente riassunte nel libro "Il dito di Galileo" di Peter Atkins (Raffaello Cortina 2004), autore anche di uno dei più diffusi manuali universitari di chimica nel mondo e profondo conoscitore della termodinamica. A complemento di ciò, che costituisce il gran quadro, mi permetto di suggerire attenzione alla teoria dell'informazione, in generale (Shannon, ecc.), e ad alcune questioni informatiche di base (o in quei dintorni), relativamente poco frequentate in Italia: il lavoro sulle reti neurali artificiali, con le relative ripercussioni in ambito controllistico, e il lavoro intorno ai cosiddetti Algoritmi Genetici (GA, da non confondere con le varie branche di trattamento dell'informazione che vengono etichettate come bio-informatica a supporto più diretto dell'attività biologica e biomedica in senso stretto).

In particolare per quanto riguarda i GA si tratta di classi di algoritmi generali che mimano il processo algoritmico dell'evoluzione darwiniana (riproduzione con mutamento casuale + selezione naturale = biodiversità) per affrontare problemi di ottimizzazione e sub-ottimizzazione. Per dare due riferimenti: il lavoro seminale di John Holland "Adaptation in Natural and Atificial Systems" (The University of Michigan Press 1975, MIT Press 1992) e il lavoro di John Koza a Stanford "Genetic Programming IIV" (MIT Press 1992, MIT Press 1994, Morgan-Kaufmann 1999, Springer Verlag 2003).

Gli studi sulle reti neurali artificiali si occupano della modellazione e del comportamento cognitivo di reticoli di dispositivi in quanto reticoli (i dispositivi sono neuroni artificiali, che mimano in modo estremamente ridotto e semplificato alcuni tratti salienti del comportamento dei neuroni biologici). Riferimenti alle reti neurali si possono trovare nel libro introduttivo di Domenico Parisi "Intervista sulle reti neurali" (Il Mulino 1989), oppure, per una approfondita panoramica del campo, si può consultare di Michael Arbib "The Handbook of Brain Theory and Neural Networks" (MIT Press 1995).

La raccolta a cura di Anderson e Rosenfeld, "Neurocomputing: Foundations of Research" (MIT Press 1988) offre una raccolta di classici interventi storici sul tema. Può essere utile anche l'ormai classico testo di Rumelhart e McClelland "Parallel Distributed Processing" (MIT Press 1986), i cui temi salienti sono stati ripresi in un articolo degli stessi autori comparso su "Nature" in quegli anni.

So che la storia dell'evoluzionismo è complessa e articolata. Per "evoluzionismo" intendo quello formulato inizialmente da Charles Darwin, che ha inglobato la genetica molecolare sotto la guida intellettuale svolta da Ernst Mayr e che ha dato luogo alla "Teoria sintetica" (o neosintesi, o neodarwinismo, ecc.). Vorrei inoltre sottolineare l'apporto di Jacques Monod. A questi riferimenti aggiungo volentieri le concettualizzazioni di Richard Dawkins e Daniel Dennett, mentre sono incline a non dare troppa enfasi a certi appigli metafisici che offre la pur interessante teoria degli equilibri punteggiati di Stephen J. Gould, trovando più convincente il gradualismo di principio scelto da Darwin (che non esclude affatto i fenomeni di speciazione non lineari considerati da Gould). Solo per fare alcuni nomi. Ne dimentico sicuramente molti altri altrettanto importanti, ma pazienza. Ci sono ottimi manuali sulla storia del pensiero scientifico per recuperare tutta l'informazione. [Infatti, ad esempio, ho dimenticato tutta l'attività che ruota attorno alla figura di Luca Cavalli-Sforza, a cui associo, per una qualche analogia di approccio e di tematiche, anche l'attività di Jared Diamond (NdR)]

E pazienza anche se l'evoluzionismo ad Einstein non piaceva: non gli piaceva neanche la meccanica quantistica, pur avendo contribuito direttamente a formularla. E' noto che egli non amasse il caso. Poi la Sua affermazione che Einstein fosse credente è quanto meno controversa, oltre che irrilevante, se dobbiamo dar credito a quanto lo scienziato medesimo dichiarò: "Ciò che si legge riguardo alle mie convinzioni religiose è una menzogna che viene sistematicamente ripetuta. Io non credo in un Dio personale e l'ho espresso chiaramente" (la citazione, riferita da P. Odifreddi, si trova in H. Dukas, B. Hoffman, "Albert Einstein: the human side", Princeton University Press).

Evocare Einstein, come fa Lei, non è un argomento, ma solo uno stratagemma retorico su cui basa tutta la sua e-mail: è un vago tentare di sminuire l'avversario facendo paragoni sulla sproporzione di autorevolezza personale, che rivela però mancanza di altri argomenti. Galileo ci ha insegnato a cercare nel libro della natura senza troppa attenzione all'autorità. La riforma di Lutero ci ha invitato a leggere i testi senza troppe mediazioni. Forse sono un po' duro e diretto. Ma, sa, la vita è breve. E poi non sono mai duro ad personam. Distinguo tra l'errante e l'errore, come insegna la bimillenaria tradizione cristiana. E poi c'è anche chi mi rimprovera di essere troppo disponibile e paziente nell'argomentare.

Le ipotesi alternative che Lei cita (il vitalismo di Bergson, tra le righe l'evoluzionismo di Teillard de Chardin, forse lo "intelligent design" ultimo grido dal creazionismo americano, e probabilmente altro che non colgo) restano curiosità filosofiche. Nessuno, a mia conoscenza, le assume oggi come vie intellettualmente interessanti e feconde.

Mi scusi il rimando anziché l'argomentazione diretta, ma sarebbe poco pratico il contrario in questa discussione. Ripercorrere il pensiero scientifico degli ultimi 200 anni in poche righe sarebbe ostico. Lo faccio solo per stabilire riferimenti ad un linguaggio comune.

Domando: se ritenere "che l'evoluzione sia attivata da un principio che è al di fuori della materia stessa e che la tradizione creazionista chiama Dio" è superfluo rispetto alla accezione canonica di evoluzione darwiniana, non presupponente tale attivazione, è ancora di qualche rilievo postulare Dio? Se non fa differenza che ci sia Dio o no perché affannarsi tanto? Ho il sospetto invece che si introduca Dio perché si intende negare che Dio sia superfluo e si vuole affermare qualche verità aggiuntiva non argomentabile in quanto imperscrutabile disegno del Creatore.

Sospetto che sembra avere qualche fondamento se si esamina il passaggio seguente:

«Con l'uomo ci troviamo dunque dinanzi a una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico, potremmo dire. Tuttavia proporre una tale discontinuità ontologica non significa opporsi a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche sull'evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del metodo utilizzato nei diversi ordini del sapere consente di conciliare due punti di vista apparentemente inconciliabili. Le scienze dell'osservazione descrivono e valutano con sempre maggiore precisione le molteplici manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il momento del passaggio all'ambito spirituale non è oggetto di un'osservazione di questo tipo, che comunque può rivelare, a livello sperimentale una serie di segni molto preziosi della specificità dell'essere umano. L'esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l'esperienza estetica e religiosa, sono però di competenza dell'analisi e della riflessione filosofiche, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno del Creatore» (GP II alla Pontifica Accademia delle Scienze il 26 ottobre 1996, n. 6).

Che non è propriamente né Darwin, né neo-darwinismo, né una qualsiasi argomentazione accettabile dalla modernità senza imbarazzo, ma vagamente Aristotele (o, meglio, Tommaso d'Aquino) che dice di aver trovato la "natura umana" (e non solo di cercarla argomentando, come il più sobrio Aristotele faceva). Peccato che quel "salto ontologico" resti avvolto nel mistero della Rivelazione. Col che siamo daccapo nei meandri delle argomentazioni circolari cristiane che, accettando acriticamente la priorità del logos sulla materia tipico di molti greci (vedi Zenone di Elea), non trovano interessanti le limitazioni e le domande che la materia pone al logos. Un po' come il cane che corre da solo e che perciò crede di essere il più veloce del mondo.

Sul perché la "materia" evolva, anziché restare "inerte", rispondo: evolve perché le regolarità fisico/chimiche della "materia" lo consentono. Sarà banale, ma così è.

Se smontiamo un qualsiasi organismo vivente ritroviamo gli stessi elementi chimici sparsi nell'ambiente. A chi gli obiettava che noi non siamo la somma delle nostre parti, Francis Crick rispondeva che bastava dare una adeguata definizione di "somma". Quella definizione di "somma" può essere complessa e non ancora completamente nota nei dettagli ora, ma nulla fa supporre che si debba cercare altro o altrove mediante appigli celesti. Trovare quella definizione di "somma" è il lavoro in corso dell'impresa scientifica nel suo insieme. La "materia" talvolta evolve e talvolta no, a seconda delle casuali (o contingenti) condizioni fisiche del contesto in cui si trova, perché quelle regolarità fisico/chimiche consentono sia configurazioni molecolari semplici più o meno disordinate o ordinate (come i gas o i cristalli), sia configurazioni molecolari ipercomplesse (soprattutto nella chimica dei composti del carbonio) frutto di catene di reazioni che producono catalizzatori e usano quegli stessi catalizzatori in fasi differenti delle reazioni, realizzando veri e propri fenomeni di bootstrapping concettualmente molto simili (anche se molto più complessi) al bootstrapping determinantesi con l'accensione di un calcolatore. Fino ad arrivare ad una complessità sufficiente da avere i requisiti minimi di un automa che si autoriproduce.

Le condizioni logico matematiche per l'esistenza e il funzionamento di simili automi in grado di autoriproduzione sono state delineate in un famoso scritto di John von Neumann del 1948, dal titolo "The General and Logical Theory of Automata" (Wiley 1951, tr.it. in V. Somenzi, R. Cordeschi "La filosofia degli automi", Boringhieri 1986). Nei successivi decenni si è poi scoperto (e stiamo ancora scoprendo) come i meccanismi del genoma e della macchina cellulare soddisfino quelle condizioni minime e diano, in effetti, luogo ad automi che si riproducono. Inoltre nel recente passato si sono scoperti, o ridefiniti, molti enti chimici complessi a metà strada tra non vivente e vivente, come i prioni e le molte forme di virus; e altri se ne scopriranno, con buona probabilità.

Sulla potenza di produrre complessità, propria del semplice schema algoritmico proposto da Darwin (riproduzione con mutamento casuale + selezione naturale = biodiversità), può dare un'occhiata ai lavori di John Koza a Stanford a cui ho accennato sopra. L'uso dei GA che Koza e altri fanno per cercare, mediante intelligenza meccanica, soluzioni di design (in vari campi: dai circuiti elettronici, alle reazioni chimiche, alle catene di loop di controllo) è concettualmente analogo alla tecnica usata dagli allevatori che Darwin osservava e che descriveva in "The Oring of Species". Le soluzioni potenziali del problema di design (che inizialmente possono essere casuali o no) ad ogni step vengono valutate mediante una funzione di fitness (di adeguatezza della soluzione trovata). L'ordine indotto dalla funzione di fitness orienta in modo differenziale la produzione di una nuova generazione di soluzioni. Essa viene prodotta mescolando a caso elementi delle soluzioni della generazione precedente pescando con frequenza maggiore tra le soluzioni ad alto valore di fitness. In esse è anche iniettata parziale casualità, in analogia al fenomeno delle mutazioni casuali del DNA. La popolazione di nuove soluzioni cosi prodotta diventa la popolazione di soluzioni allo step successivo rivalutata dalla funzione di fitness, e così via ciclicamente. Questo produce una esplorazione dello spazio delle soluzioni mediante avvicinamenti graduali a sub-ottimi locali, senza eccessivo rischio che le soluzioni rimangano intrappolate in massimi locali. I risultati che si ottengono sono abbastanza impressionanti. Ad esempio, questi algoritmi si sono dimostrati in grado di riscoprire autonomamente soluzioni tecniche precedentemente brevettate e di produrre soluzioni tecniche di complessità ritenuta così interessante da indurre a richiederne brevetto. Cioè macchine fanno evolvere soluzioni tecniche di valore brevettabile.

Se nei GA qui menzionati, alla funzione di fitness orientata (che equivale concettualmente all'espressione dell'insieme delle caratteristiche di design cercate dal tipico allevatore di Darwin), si sostituisce una funzione di fitness con componenti casuali insieme a componenti che sono funzione delle popolazioni di soluzioni (un po' sulla falsariga di quanto fanno i classici modelli prede-predatori di Volterra-Lotka), si ottengono ancora comunque popolazioni di soluzioni di interessante complessità. Questa parziale "randomizzazione" della funzione di fitness è equivalente alla azione selettiva di un ambiente senza intenzioni, come la "natura" di Darwin in cui opera appunto la "selezione naturale" non orientrata da intenzionalità. Ovviamente come un allevatore orienta secondo suo interesse la selezione, che diventa così "artificiale", così l'uso di funzioni di fitness nei GA che NON esprimono interesse del selezionatore, NON producono popolazioni di soluzioni interessanti sul piano finalizzato. E' come se un allevatore cessasse di far agire il suo interesse. Ma producono comunque popolazioni la cui complessità è interessante sul piano strettamente teorico, così come la "natura" di Darwin produce organismi di complessità interessante su una scala molto più vasta e articolata. Lavori in questo senso sono stati fatti e si fanno. Nell'insieme, i GA sono un modo per studiare l'evoluzione "in vitro", e constatare che un meccanismo semplice e ciclico produce oggetti ed effetti la cui complessità è sorprendente, senza presupporre misteriose metafisiche. La può vedere un po' come un argomento indiretto, "fisico", della inesistenza (o della irrilevanza) di Dio e di intenzionalità nel produrre complessità e design.

I principali argomenti tendenti ad escludere la formazione di complessità sufficiente per dar luogo ad automi autoreplicanti solo per via chimico/fisica si basano sul fatto che ciò sarebbe un evento estremamente improbabile, troppo improbabile rispetto all'età della Terra. Valutare la probabilità di tale accadimento però non è cosa semplice ed è soggetta ad errori molto grandi, perché nelle reazioni mediate da catalizzatori biochimici si formano complessi loop di retroazione. Sul come si formano loop di retroazione biochimici, può vedere Jacques Monod. Difficilmente tali stime di probabilità possono tener conto degli effetti delle retroazioni implicate (a maggior ragione quando si tratti di retroazioni che non sono necessariamente già note). Piccoli dettagli possono cambiare di moltissimo le probabilità in gioco, come avviene per tutti i fenomeni non lineari e complessi (es.: le previsioni del tempo meteorologico).

L'argomento della improbabilità dell'origine della vita per via esclusivamente chimico/fisica, data la insufficiente età della Terra o dell'Universo, per cui si devono cercare spinte metafisiche, è molto controverso e ritenuto inaffidabile e irrilevante dalla maggioranza dei biologi. Una sua prima versione, se non ricordo male, fu formulata sulla base di errori di stima circa l'età della Terra fatti addirittura da Lord Kelvin, stima dell'età della Terra che venne poi rivista di alcuni ordini di grandezza. Il precedente di quel caso in realtà dovrebbe far considerare con cautela l'argomento del "tempo insufficiente": se ha avuto occasione di studiare fenomeni di retroazione o di far funzionare dispositivi con retroazione anche semplici, ha una immediata sensazione di quali difficoltà dovute a non linearità si frappongono allo stimare correttamente probabilità di eventi che derivano da catene di loop di retroazione. La scoperta della presenza di composti organici complessi nell'atmosfera di Titano, annunciata nelle scorse settimane dal JPL (se verrà confermata), è uno di quei tipici piccoli eventi indicatori dell'essere sulla strada giusta quando si resta nel riduzionismo chimico/fisico per rendere conto dei fenomeni biologici senza eccessivi voli metafisici.

Ma forse la sua domanda sulla "evoluzione della materia" è più vaga e metafisica e potrebbe sottintendere un richiamo al "senso ultimo delle cose". In quel caso allora dico che invece di chiedersi PERCHÉ (che vagamente presuppone una intenzionalità precostituita della realtà, un progetto e un progettista preesistenti) occorre chiedersi COME la materia evolve (cosa che implica solo descrizione). Questo lo si può capire, almeno in linea di principio, attraverso i ragionamenti chimico/fisici alla Darwin/Monod, sopra tratteggiati. Ad una teoria sul COME si forma la biodiversità, che non prevede la preesistenza di un "senso delle cose" (e che anzi mostra la biodiversità prodursi senza tale "senso delle cose"), non si può chiedere di mostrare da quale "senso delle cose" tale evoluzione proviene. Il fatto che organismi prodotti da quel meccanismo si facciano domande sul "senso delle cose", probabilmente per effetto di generalizzazioni concettuali e linguistiche improprie, come spesso succede nelle argomentazioni retoriche e letterarie, non autorizza a pensare all'esistenza di risposte sensate a quelle domande. Se ci si racconta una favola e si crede al proprio racconto, questo non garantisce della oggettività delle cose raccontate, ma solo degli effetti prodotti dalle tecniche retoriche impiegate, se e in quanto efficaci. Per questo cerchiamo di fare un uso critico della ragione. E' un processo ciclico e graduale implicante errori che si cerca di correggere navigando a vista. Un po' come nei loop di regolazione a feedback negativo. Non abbiamo di meglio, anche se lo possiamo immaginare (più o meno impropriamente) e raccontare quando lasciamo allentare i vincoli della realtà percepita.

Come si può intravvedere dalle poche righe precedenti, il darwinismo bene inteso argomenta proprio a mostrare che non è necessario postulare alcun creazionismo per risolvere l'ipotetico regresso all'infinito che, seguendo Aristotele, si formerebbe se non ci fosse un qualche "motore immoto", questione che lei sembra evocare. Detto in breve, Darwin scopre/descrive un algoritmo ricorsivo, ciclico, il cui essere "in esecuzione" produce biodiversità (riproduzione con mutamento casuale + selezione naturale = biodiversità). Lo "essere in esecuzione" deriva in definitiva dalle regolarità chimico/fisiche degli elementi chimici che interagiscono tra loro, senza altro aggiungere, come tratteggia Jacques Monod, e molti altri su quella falsariga. I GA sono una esemplificazione a scala ridotta di quel processo.

In questo modo, attraverso questa specie di "bootstrapping", identificato grazie a Darwin, si raggiunge quella autorefenzialità che Lei richiede senza aver bisogno di postulare una entità divina, se ho capito bene la sua posizione in qualche modo Deista (nel senso tecnico che postula un Dio legislatore della natura e non artefice diretto della creazione). Resterebbe da spiegare, per un Deista, come mai un Dio buono e onnipotente costruisca leggi così crudeli come quelle che vigono nelle catene alimentari, ad esempio. Resterebbe poi da vedere se un Dio così distante possa ancora parlare così intensamente e chiaramente agli uomini da dettar loro la verità di ciò che è bene per lucida fede. E resterebbe da vedere come facciano alcuni uomini ad intendere così distintamente quella verità e quell'amore che altri intendono diversamente. Ma lasciamo perdere, anche se non è questione irrilevante rispetto all'argomento di "principio" che lei fa valere per una compatibilità tra "darwinismo (bene inteso) e creazionismo (bene inteso)", sempre se ho capito cosa lei intende per "argomento di principio". A meno che, per "argomento di principio", non alluda alla solita considerazione secondo cui, stante l'indimostrabilità sia dell'esistenza sia dell'inesistenza di Dio per via logico-matematica, si può allora (pseudo)concludere che, sul piano ontologico, le due affermazioni sono equivalentemente argomentate.

Almeno, ciò detto, a proposito del fenomeno VITA, che, riformulato a partire da Darwin, fa cambiare radicalmente la prospettiva concettuale con cui pensiamo.

Leggo e sento spesso argomentare, da sostenitori del dualismo mente-corpo di vario tipo, che non si possono ridurre le funzioni cognitive ed emotive al funzionamento di dispositivi fisici. Le delusioni prodotte dalle affrettate promesse dell'intelligenza artificiale sono ancora fresche. Però gli studi sulle reti neurali artificiali che ho menzionato un po' di luce teorica l'hanno fatta sulle proprietà cognitive di reticoli neuron-like.

Non sono certo le sinapsi simulate su un calcolatore ad avere sufficiente "massa critica" per competere persino con le semplici facoltà cognitive di un organismo biologico con pochi neuroni. Inoltre i neuroni biologici funzionano in parallelo, dinamicamente, in real-time e nel dominio del tempo e immersi in un corpo funzionante che è un formidabile ricettacolo di sensori, di attuatori e di dispositivi atti a rilevare segnali e a chiudere innumerevoli loop di controllo col mondo esterno, mentre la maggior parte dei lavori sulle reti neurali parla di reti statiche senza feed-back. Però quegli studi indicano chiaramente una via non misteriosa alla spiegazione dei fenomeni cognitivi. E questo non è una cosa da prendere con leggerezza.

Il fatto che le funzioni cognitive NON siano riducibili alla funzione di un qualche sistema di dispositivi semplici organizzato dall'evoluzione a me pare più una affermazione di principio che una evidenza. Nessuno (non io) afferma che gli attuali dispositivi artificiali possano neanche lontanamente essere paragonati alle funzioni intellettive di alcun dispositivo neurobiologico. Forse non saremo mai in grado di costruirne uno di complessità paragonabile ai sistemi di neuroni biologici. Però alcune funzioni intellettive certi dispositivi le fanno intravvedere. Almeno, a me le fanno intravvedere quanto basta per essere scettico circa l'affermazione di principio che un dispositivo non può avere funzioni cognitive ed emotive. In fondo il cervello è un dispositivo, e gli attuali lavori che si fanno in neurobiologia con l'imaging funzionale del cervello associato ad attività cognitive e a dinamiche emotive, fanno convergere abbastanza il quadro verso il considerare l'attività cognitiva ed emotiva a portata di dispositivi (che siano biologici o altro).

Capisco che questa dispositivizzazione della funzione cognitiva sia problematica per chi sia radicato nella tradizione Aristotelico-Tomista, che poi è quella che costituisce il nostro comune apparato concettuale di occidentali col quale pensiamo l'etica, la politica e il diritto. Le due cose messe insieme, evoluzione + dispositivizzazione neurobiologica delle funzioni cognitive, emotive e di regolazione, fanno un quadro critico per quella tradizione concettuale che arriva a comprendere molta della filosofia contemporanea in forme più o meno sotterranee.

Sono gli strumenti concettuali con cui pensiamo a cambiare. Questo è in sintesi lo stravolgimento prodotto da Darwin e dal pensiero che da lì nasce. Ovviamente non lo si intende se non si abbandona il limbo concettuale pre-darwiniano, se non si smette di pensare NEL limbo Aristotelico-Tomista predarwiniano, fosse anche solo per esercizio filosofico. E soprattutto non lo si intende se ci si ostina a pensare dal punto di vista del "filosofo morale", che si chiede se e quali limiti porre all'agire, anziché dal punto di vista del "filosofo della natura", che si chiede COME le cose funzionano e se limiti etici all'agire possano essere posti, vista la struttura stessa dei presunti ragionamenti etici. Proprio il ribaltamento di prospettiva da "filosofo morale" a "filosofo della natura", fatta a proposito delle osservazioni di Malthus sull'esuberanza riproduttiva rispetto alle risorse alimentari producibili (Malthus continuava a pensare da "filosofo morale", Darwin no), consentì a Darwin di capire e descrivere in modo nuovo il fenomeno VITA. La "selezione naturale" non è un optional. E' il prezzo da pagare per diminuire localmente l'entropia e così vivere.

Infatti papa Ratzinger, da fine intellettuale qual'è, intende benissimo il significato dell'evoluzionismo, e lo intende con tutte le inquietanti implicazioni etiche, politiche e giuridiche che quel cambiamento di prospettiva concettuale induce sul pensiero di derivazione Aristotelico-Tomista. Onestamente lo rifiuta come incompatibile con la fede e la dottrina cristiana. "Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario" [Omelia del 24 aprile 2005], più chiaro di così! E non è una affermazione estemporanea perché la si trova anche in "Senza Radici" (Mondadori 2004), in un contesto di discussione che non lascia adito a dubbi di interpretazione. Io penso faccia questo per tentare di salvare un qualche concetto di "natura umana" che mantenga almeno un po' di quella invarianza dell'essere riferita agli uomini che Aristotele cercava. Il radicale scetticismo di Emanuele Severino circa tale possibilità da parte cristiana, andrebbe studiato meglio da voi filosofi cristiani. Severino è chiarissimo nell'indicare l'impossibilità di tenere insieme incarnazione storica e filosofia dell'essere. Tentare di salvare capra e cavoli non chiarisce affatto ed è, a mio modestissimo parere, una manifestazione di quella schizofrenia di cui ho parlato e che un cristiano deve mettere in conto se intende confrontarsi con la modernità (ma forse anche con la realtà).

Ovviamente sono sempre pronto a ridiscutere: come ben sa, nessuno ha mai parole definitive sulla questione di come le cose sono. Ma non ci si può nascondere dietro questa feconda assunzione di metodo per praticare dubbi retorici insignificanti; per non affrontare mai nel merito questioni spinose e rendere, a parole, compatibili tutte le posizioni. Ci sono linee di pensiero più argomentate e altre meno. E la questione dell'etica è tra quelle peggio strutturate, alla luce di cosa la modernità ha capito delle regolarità del mondo. Il passaggio da ciò che "è" a ciò che "deve essere" è ben lontano dall'essere chiarito. Anzi si sta chiarendo che è più complesso e meno rassicurante di quanto pensato dalle "radici cristiane". Si capisce sempre più chiaramente che quel nesso è tendenzialmente arbitrario, man mano che il concetto di "natura umana" si stempera per l'azione delle nuove conoscenze. Guarda caso ciò riflette l'arbitrarietà della scelta di fede che, secondo Tommaso d'Aquino, occorre assumere a fondamento della ragione. Peccato che attorno a quel nodo che lega "essere" a "dover essere", per tramite della nozione aristotelica di "NATURA delle cose", ci stia la pretesa fondazione dell'agire politico con la promulgazione delle leggi della comunità su pretesa base naturale.

Le leggi della comunità sono cosa diversa dalle leggi fisiche della natura. Sono la manifestazione di VOLERI. La confusione di quei due piani è stata l'origine di gran parte dei malintesi e delle confusioni dell'eredità greco-cristiana, a mio modo di vedere. Il solo fatto che ci sia evoluzione e mutamento nello spazio e nel tempo destabilizza la assolutezza delle leggi della comunità e la loro pretesa fondatezza. Questo basta a demolire qualsiasi pretesa di rifarsi ad un "diritto naturale", per definizione tendenzialmente assoluto. Assolutezza che Platone credeva di aver dimostrato in quattro righe essere "ragionevole assolutezza" e che il cristianesimo si ostina a cercare come producibile dalla Ragione (di Tommaso d'Aquino), irridendo il relativismo della modernità.

Il relativismo, o nichilismo, etico della modernità è un po' più profondo e forte della caricatura che si pensa di smontare usando le varie forme di confutazione dello scetticismo classico, secondo il noto schema: se si dice che tutto è relativo, ciò diventa una affermazione assoluta, con ciò il relativismo si auto-confuta. Questo va bene per smontare i proclami etico-retorici del multicult vagamente New Age e gli altri banali dover essere improvvisati di marca Nietzcheiana/Schopenhaueriana, ma finisce lì. Non fa sparire la realtà profonda del relativismo etico, resa manifesta dalla tendenziale arbitrarietà dei comportamenti all'interno dei gradi di libertà della "materia". Questione che il pensiero cristiano affronta barcamenadosi di puntello in puntello, con varie dottrine metafisico-retoriche ad hoc, come quelle della realtà del male, del libero arbitrio, del peccato, del perdono, della mistica del dolore, dei dualismi mente-corpo di vario tipo, ecc.

Quel relativismo, anzi, tende a riprodursi a partire da condizioni iniziali uniformi, in perfetto accordo col meccanismo evolutivo di produzione della biodiversità. Diversamente, come si spiegherebbero le mille eresie cristiane a partire da un unico Verbo dotato di ferrigna ed evidente Verità promulgato da un Dio onnipotente?

Si argomenta con durezza proprio per cercare di evitare che qualcuno agisca con durezza in nome di qualche etica. Voglio ricordare che il Nazismo lo abbiamo prodotto noi nella cristianissima Europa continentale per via etica e legale; che l'eresia cristiana chiamata Comunismo nasce nella filososfia tedesca che ha un grande culto dell'etica e un radicato pensiero cristiano (cattolico e riformato); che l'episodio Rwanda esplode in un contesto cristianizzato sollecitato da azioni retoriche via radio; che persino il liberale utilitarismo, se fatto dottrina etica oggettiva, rischia massacri. Non voglio che mi si fraintenda: non addosso responsabilità a nessuno, tanto più che quegli esiti dell'etica sono l'opposto degli auspici della dottrina cristiana e il cristianesimo non ha certamente il copyright sugli sterminii praticati ma ne ha anche subiti (più praticati che subiti, ma fa lo stesso); né mi interessa polemizzare su questo piano basso. Ma proprio il periodico e sistematico ribaltamento degli esiti dell'etica razionale nel mondo fisico, rispetto agli auspici e alle buone intenzioni, mi fa pensare. Assumo la cosa come indice di un problema fondamentale di pensiero. Ritengo che argomentare duramente sia un lavoro intellettuale interessante, perché tentare di avere affidabili strumenti concettuali nati da dure discussioni forse aiuta, ora che avremo un colossale problema di sovrappopolazione unito ad una scarsa disponibilità strutturale di energia da stock. Cose difficili da affrontare solo con auspici di bontà formulati quando la Terra nutriva poche decine di milioni di umani. Se qualcuno s'offende, pazienza.

Ricambio volentieri la cordialità, e grazie per l'attenzione che mi ha riservato.

Bruno CAUDANA
b.caudana@ieee.org

C'est pourquoi le plus sage des législateurs disait que, pour le bien des hommes, il faut souvent les piper ... (B. Pascal, Pensées, 230)


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From:dagostino@lettere.uniroma2.it
To: Bruno CAUDANA
Sent:Sunday, May 15, 2005 10:22 PM
Subject:Il nostro dibattito

Gent.mo Bruno Caudana,

le avevo inviato alcune osservazioni (credo sì e no lunghe una paginetta); lei mi ha ripagato con dieci volte tanto. Se le rispondo nelle stesse proporzioni, tra breve intaseremo il nostro hard disk.

Non le avevo scritto ciò che le ho scritto nella speranza di "convertirla", sia perché non me lo sarei mai permesso, sia perché non sono così ingenuo. Pensavo solo di poter smussare alcune angolature del suo pensiero; di attivare un dialogo che inducesse ciascuno di noi a riflettere sul rapporto evoluzionismo/creazionismo come ad un problema immenso e destinato di principio a restare "aperto". Mi sembra che invece per lei il problema sia del tutto "chiuso"...lo vedo dalla letteratura che lei cita e da quella che lei (per capirci) "snobba" (ad es. Bergson: ma lei l'ha mai letto? Ed ha letto il vero maestro di Bergson, cioè Plotino? Se non l'ha fatto lo faccia; sia l'uno che l'altro possono dare gioie intellettuali fuori del comune ai loro pazienti lettori).

La disparità di vedute che c'è tra noi si potrebbe condensare in pochissime battute: lei sostiene l'irrilevanza del problema del "perché" e riduce tutta la questione al problema del "come": io ritengo che i due problemi siano parimenti rilevanti e che sia razionalmente ingiustificato eludere uno dei due problemi. Lei parlando dell'evoluzione ritiene che sia doveroso accettarla come un "fatto". La capisco bene: il vecchio Ardigò era giunto alla medesima posizione e per esprimerla ricorreva ad una formula che forse per lei è irritante, ma che è davvero molto precisa: "il fatto è divino" (cioè: è inutile discuterlo, esattamente come è inutile discutere la quaestio: Cur Deus est? L'unica risposta sensata -dicevano gli scolastici- è: quia est). Io non nego che l'evoluzione sia un fatto; nego che tale fatto sia "divino"; ritengo cioè lecito interrogarci sul perché la materia anziché restare inerte evolva. La questione si condensa tutta in questi termini. Ricorda la storia narrata da Musil? Un uomo piange disperato sul cadavere della moglie, appena investita da un auto e singhiozza: "Perché? Perché? Perché?". Arriva un poliziotto "scientista", che volenteroso gli spiega "perché", dicendogli: "Caro Signore, sua moglie è stata travolta da un auto, ha battuto il cranio! Ecco perché è morta!". Ritengo che dobbiamo pur accettare che la risposta "scientifica" del poliziotto non svuota la tragica domanda "di senso" dell'uomo che piange. Riconoscere sensati i suoi singhiozzi non toglie nulla all'analisi medico-legale che si dovrà fare sul cadavere della vittima con rigorosi criteri scientifici. Si tratta semplicemente di non impoverire il nostro rapporto con la realtà (o, per citare San Paolo, di lasciarsi "sopravvestire" e non farci "spogliare").

Le auguro ogni bene.

Francesco D'Agostino


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From: Bruno CAUDANA
To: Francesco D'AGOSTINO
Sent:Friday, May 20, 2005 5:47 PM
Subject: Re: Il nostro dibattito

Gentilissimo prof. D'agostino, mi fa molto piacere la sua disponibilità al dialogo.

La lunghezza della mia precedente e-mail mi pareva necessaria per chiarire l'argomentazione iniziale che aveva suscitato la sua reazione.

Sul perché la materia evolva anziché restare inerte Le ripeto quello che ho detto con più dettaglio in precedenza: evolve perché lo può fare, così come può restare inerte, a seconda della contingenza in cui viene a trovarsi. Infatti troviamo gas, cristalli, organismi biologici, ecc. Le regolarità fisiche della materia mostrano di consentire quelle multiple configurazioni della materia. La complessità di quelle configurazioni può arrivare a produrre organismi che si fanno le domande di "senso" che Lei introduce.

Sono d'accordo con Lei che non sia ragionevole escludere la questione della produzione del "senso" dalla discussione. Molti avanzano la questione e perciò non va elusa o banalizzata. Faccio notare però che il "senso" è PRODOTTO da interazioni fisiche del mondo col cervello e del cervello con se stesso. Perciò proviamo emozioni. Non so se quella dell'evoluzionismo/creazionismo (e questioni correlate) sia una questione "chiusa" o "aperta". Si argomenta senza confini di disciplina, come stiamo facendo e come mi pare sensato fare.

Proprio per questo nella mia risposta non c'è solo chiarimento della mia posizione. C'è anche un invito abbastanza preciso e forte a riflettere sulla scarsa consistenza dei ragionamenti etici, se li si vuole intendere ragionamenti dotati di verità e non solo condivisione di passioni e arte di destarle.

Auspicare o temere, consentire o vietare, assolvere o condannare, amare o detestare non significa capire. Rivendico la distinzione dei piani, per chiarezza. Delegare alla verità (più o meno arbitrariamente rivelata o "soi disant" trovata) la scelta di ciò che è arbitrariamente voluto è il modo principe per deresponsabilizzare e nascondere la scelta e non capire.

Platone istituisce la "fallacia del moralista" a pratica del conoscere, generalizzando arbitrariamente interessi soggettivi, eventualmente condivisi, a idee assolute. QUEL passaggio è infido. L'istanza etica della elevazione fatta teoresi. La stessa che anima il pensiero di Marx. La stessa del popolo eletto Nazista. QUEL passaggio è un'arma. QUEL passaggio è infondato. Infatti suscita l'inesaurita questione degli universali. Ci sono voluti quasi due millenni (e milioni di morti) perché cominciassimo ad accorgercene, e ad accorgerci quanto universalizzare acriticamente col linguaggio sia pratica infida. La "fisica" nuova, inaugurata da Galileo come disciplina di pensiero (ma forse anche per Aristotele era già un po' questo), è innanzitutto attenzione critica rispetto alla pratica di generalizzare affermazioni circa la realtà.

Con qualche escursione cerco di non "snobbare" la letteratura di Bergson, come lei mi rimprovera; e, soprattutto, cerco di non "snobbare" quella dei suoi maestri più antichi (Platone era in un certo senso maestro di Plotino e di Agostino, come Plotino di Bergson), anche se non la frequento con la sua competenza.

Malthus ha una intuizione: la capacità riproduttiva eccede la capacità di produrre alimenti. Ma ragiona ancora da "filosofo morale" e cerca rimedi al male. Darwin capisce l'intuizione, ma separa le questioni. Separa la prospettiva morale da quella del "filosofo naturale": così capisce e descrive come funziona il meccanismo che produce la (bio)diversità che ci fa essere. Non fa una operazione alla ricerca della vera perfetta letizia. Cerca la verità INDIPENDENTEMENTE dalla letizia.

Galileo fa una cosa analoga: dubita che vi siano un moto naturale e un moto violento (contro natura) e inverte i presupposti teleologici della fisica aristotelica. Così emergono il principio di inerzia e gli attuali principi di conservazione: della quantità di moto, dell'energia, ecc.

Mi pare interessante notare che ogni volta che confiniamo l'intenzionalità (l'animismo, gli interessi fatti astrazione, la finalità, ecc.) nella soggettività capiamo cose importanti del mondo.

Che io, disperato, possa chiedere singhiozzando: "Perché? Perché? Perché?", sul cadavere di una persona A ME cara QUI ED ORA, non autorizza a generalizzare la valenza della domanda tanto da farne una cogenza prescrittiva sulla realtà, cogenza che invece hanno le regolarità fisiche. Generalizzare quella valenza equivale a far operare la "fallacia del moralista" sul piano conoscitivo. Ad un filosofo raffinato come lei, e ad un papa raffinato filosofo, non penso possano sfuggire queste così poco sottili sottigliezze. Le vedo persino io.

Scambiare quel saccente (giudizio personale) di Musil per maestro di pensiero è la rovina della finezza di pensiero. Platone docet. Mi spiace di non concordare con le sue preferenze letterarie. Preferisco l'intelligenza e l'esperienza di vita di Boccaccio. E' una di quelle arbitrarietà di cui è piena l'esistenza. La prenda per quel che vale.

Il nodo è proprio a proposito della "verità" dei discorsi etici.

Quando si presume di poter fare etica normativa si fa quel passaggio indebito, istituito da Platone, per poter parlare di verità a proposito di una emozione, di una sensazione provata soggettivamente. Suscitare passioni è compito dell'arte retorica. Affabulare, arte di cui Platone è maestro di tutti. Al difficile e fragile esercizio del tentare di capire si addice invece la ricerca della "verità".

Neanch'io voglio convertire. Ma mi interessa cercare di chiarire concetti che, se ingarbugliati e assunti acriticamente, possono facilmente diventare emozioni alla guida di armi che producono l'opposto delle più sante intenzioni.

In giro non ci sono solo "esseri umani in potenza" di cui "esseri umani in atto" rivendicano diritti secondo il "vero bene": "esseri umani in potenza" che però hanno anche la "potenza di non essere", come fa notare Emanuele Severino, e che "sono in potenza" anche nelle cellule somatiche differenziate, come Ian Wilmut ha mostrato. In giro ci sono anche "martiri di Allah" di varia gradazione e casacca che dicono (e forse pensano) di ragionare secondo il "vero bene". Maneggiano megafoni e altri bastoni. Come si distinguono queste cose con un ragionamento generale? E se non è un ragionamento generale che le può distinguere, come io penso e argomento, non siamo già di fronte al temutissimo relativismo etico?

Mi piacerebbe che gli umanisti profondi, quale lei mostra di essere, riflettessero di più su questo nodo. Proprio perché ciascuno possa scegliere le "sopravvesti" con cui arricchire il proprio rapporto con la realtà. E mi piacerebbe che lo facessero senza usare retorica verso se stessi, usandola già per produrre leggi dello Stato. "Cur Deus est?". "Quia est!" oppure "credo quia absurdum"?

La brevità mi difetta. Ricambio volentieri auguri di ogni bene.

Bruno Caudana.
http://www.adaptive.it/home.htm

«ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». (Genesi 2:17)?


----- Original Message -----
From:Francesco D'Agostino
To: Bruno CAUDANA
Sent: Saturday, May 21, 2005 8:13 AM
Subject: Re: Il nostro dibattito

Caro amico,

le rispondo non per imporle ancora una volta la mia voce, ma per non concludere con il silenzio un dialogo così cortese. Mi permetta di aggiungere solo una nota. Che il "senso" sia un prodotto (come lei sostiene) è affermazione che va tutta dimostrata: e purtroppo l'evoluzionismo non è in grado di farlo.Si può mostrare, naturalmente, che il senso è "veicolato" dal "cervello" o dalla "mente" (per essere riassuntivi),ma non che ne è il prodotto: sarebbe come dire che la fotografia è esclusivamente il prodotto della macchina fotografica e non anche e soprattutto dell'"intenzione" del fotografo. Mi stia bene.

Suo Francesco D'Agostino


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From:Bruno CAUDANA
To: Francesco D'Agostino
Sent:Monday, May 23, 2005 3:44 PM
Subject: Re: Il nostro dibattito

Lei ha poca fiducia nella potenza del meccanismo evolutivo. Provi a pensare al "senso" come ad una caratteristica funzionale, ad esempio al "senso di provare amore per la prole", come ad un complesso di accidenti biochimici formatisi più o meno casualmente e gradatamente nel processo evolutivo che fanno provare, in chi li ha, quella sensazione del "senso". Provi a pensare a degli organismi che producono prole bisognosa di lunghe cure parentali e provi a pensare che alcuni di essi sviluppino più "senso" e altri meno o nullo. Quale di essi ha più probabilità di propagarsi (cioè quale ha più probabilità che la prole, ereditando quei meccanismi di produzione di quel "senso" biochimicamente "veicolato", a sua volta si riproduca)? Faccio notare che barlumi di quel "senso" si notano già negli insetti sociali, senza arrivare ad organismi cerebralmente più complessi. Cioè il meccanismo produttore di quel "senso" è più diffuso del meccanismo che produce le ghiandole mammarie. Anzi la produzione di quel "senso" potrebbe essere un espediente coevoluto proprio con il fatto di avere prole con un bisogno di lunghe cure parentali in ragione direttamente proporzionale (più lunghe e complesse cure parentali, più quel tipo di "senso" e viceversa). Idem per altre dimensioni del "senso".

Poi Lei ha poca fiducia nella potenza dei meccanismi con regolazione a feed-back negativo nel produrre (o sarà solo esibire?) intenzionalità e "senso", ancor più se realizzati da una macchina così complessa come il cervello.

E una foto non è esclusivamente il prodotto della macchina fotografica solo perché chi fa la foto pensa di metterci un suo "senso" e chi la guarda un altro suo "senso" (diverso). Ma anche una foto scattata a caso può assumere "senso" in chi la guarda. Marcel Duchamp coi suoi ready-made insegna. Anche i circuiti elettronici prodotti da un GA se guardati da noi assumono "senso", tanto che ne riconosciamo l'interesse brevettuale. Ma sono prodotti da un meccanismo casuale evolutivo. Ma so già di non convincerla.

La sua voce è sempre benvenuta. Non si senta però in obbligo di rispondermi sempre, se non le va. Non voglio essere un tormentone. Comunque a grandi linee credo che ci siamo spiegati a vicenda.

Mi stia bene anche lei.

Saluti.
--
Bruno CAUDANA
b.caudana@ieee.org


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