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Riporto lo scambio di vedute col prof. Francesco D'Agostino avvenuto a proposito della e-mail qui sotto e pubblicata nella rubrica lettere de LA STAMPA:
----- Original Message -----
From:Bruno CAUDANA
To: La Stampa
Sent:Friday, May 27, 2005 12:21 PM
Subject: card. Ratzinger al seminario Ambrosetti
La domanda che resta, dopo aver letto l'intervento dell'allora card. Ratzinger al seminario Ambrosetti di Cernobbio e riportato su LA STAMPA del 27-MAG-2005, è:
Anche se si fosse d'accordo con l'analisi, anche se ci piacerebbe che ci fossero norme etiche assolute come quelle derivabili dalla fisica aristotelica, dalla "antica idea di natura", come Egli accenna, cosa cambia? Cosa cambia, rispetto al fatto acclarato dall'evoluzionismo e derivato dal modo galileiano di fare fisica, che la struttura delle norme etiche NON E' assoluta? Le norme etiche non sono assolute anche se ci piacerebbe che lo fossero. Non ci possiamo fare nulla. "Lex est quod notamus" (Quintiliano, "La legge è ciò che scriviamo"). "Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione" (Carl Schmitt). Il resto è retorica: arte del persuadere a preferire.
L'intervento del card/papa Ratzinger si trova qui:
http://www.ratzinger.it/modules.php?name=News&file=article&sid=118
Saluti.
--
Bruno CAUDANA
b.caudana@ieee.org
DISCLAIMER:
Questa lettera aperta è inviata con l'intenzione di far circolare pensiero a titolo puramente personale, gratuito e in modo estemporaneo. Può essere liberamente fatta circolare purché in forma integrale e citazione della fonte. Chi ritenesse di averla ricevuta indesideratamente, o per errore, può cancellarla o non leggerla e, se ricevuta direttamente da me firmatario, può chiedermi di non riceverne eventualemnte altre. Il confine tra rispetto della privacy e libertà di espressione è purtroppo sottile, incerto e confuso. Mi scuso con chi trovi questa intrusione fastidiosa.
Copyright © 2005
----- Original Message -----
From:dagostino@lettere.uniroma2.it
To: Bruno CAUDANA
Sent:Sunday, May 29, 2005 6:24 PM
Subject: Re: Fw: card. Ratzinger al seminario Ambrosetti
Caro Caudana,
mi ha fatto piacere ricevere la sua mail, da cui ho potuto prendere conoscenza di un testo del papa, che altrimenti mi sarebbe sfuggito.Vedo che, nel suo commento, lei insiste nello stigmatizzare l'idea che esistano norme etiche "assolute". Non voglio entrare con lei in questa vexata quaestio, che oltre tutto, come studioso di filosofia del diritto, mi è particolarmente cara. Mi limito a farle un'osservazione marginale, utile non certo a farle cambiare idea, ma forse a farle percepire un modo di ragionare diverso dal suo. Lei dice che non esistono norme etiche "assolute". Io potrei anche essere d'accordo con lei, se lei per norme etiche intendesse "norme universali, formulabili in modo immutabile in ogni epoca e per ogni uomo". Ma da questo non deriva, a mio avviso, che non esistano norme assolute in epoche determinate e per singoli individui concreti. Dicendo questo, sto in qualche modo manipolando Kant. Facciamo un esempio. Lei redige e spedisce queste sue e-mail. Immagino che la cosa le dia soddisfazione, ma anche qualche fatica. Perché lo fa? Dando ovviamente per esclusi motivi economici, cosa resta se non la sua convinzione -pienamente legittima- di avere il "dovere" di farlo (come testimonianza di verità, come confutazione di dogmatismi e di ideologie, per contribuire al "progresso dell'umanità", per smascherare i fondamentalismi, ecc.)? Se lei mi nega di sentire il "dovere" di farlo, mi chiedo come lei riesca a giustificare quello che fa. Perché le dà "piacere"? Suvvia, esistono piaceri ben più fisici e concreti di questo. Per passare il tempo, per narcisismo, per sentirsi vivo...? Sono tutte motivazioni deboli. Io credo che lei (come me stesso del resto, come tutti) agiamo almeno alcune volte per "convinzione", cioè (etimologicamente) perché ci sentiamo "costretti" a farlo, costretti (kantianamente) dal "dovere". Sappiamo che potremmo comportarci altrimenti (invece che spedire le e-mail, andare al cinema o a donne), ma sappiamo anche che non ci sentiremmo così comportandoci in equilibrio con noi stessi. L'"assoluto" (kantianamente) è tutto qui: nel fatto che avvertiamo in noi un "dovere", che non ha spiegazione empirica. Come non ha spiegazione empirica, l'"assoluto" non ha spiegazione "darwiniana": se fosse una necessità biologico-evolutiva, non si spiegherebbe il fatto che possiamo comportarci diversamente. E comunque:una volta svelata la radice darwiniana di questo senso dell'"assoluto", cosa giustificherebbe il fatto che gli rendiamo omaggio, anche con fatica e sacrificio (come quello di gestire un sito internet o di inviare le gradevoli e-mail, di cui lei si fa carico)? Concludo: per quanto sia apparentemente contraddittorio, abbiamo un'esperienza "empirica" dell'assoluto. Credo che questo insegnamento di Kant resti insuperato. E che su questo insegnamento si possa cominciare (con "timore e tremore") a costruire un'etica, aperta all'assoluto.
Stia bene. Francesco D'Agostino
----- Original Message -----
From: Bruno CAUDANA
To: Francesco D'AGOSTINO
Sent: Tuesday, May 31, 2005 11:54 AM
Subject: Re: Fw: card. Ratzinger al seminario Ambrosetti
Gentile prof. D'Agostino,
anche a me fa piacere ricevere le sue e-mail perché mi piace discutere con chi pensa diversamente da me. Perciò la ringrazio delle sue sempre interessanti controargomentazioni. E il piacere di discutere è anche una componente delle motivazioni nel mio spedire e-mail. Lo si può vedere come un bilancio fatica-piacere.
Nella mia osservazione a quel testo di papa Ratzinger mi sono limitato a osservare che, anche se si desiderano norme etiche assolute, si constata che non è vero che lo siano. Potrebbero, forse, essere fatte derivare come assolute se esistesse una "natura" (una "physis") nel senso aristotelico (ad esempio una "natura umana", un "physis umana" in quel senso), cioè se, per "physis", esistesse quella cogenza. Ma non è così per molte ragioni. In primis perché sappiamo che la fisica aristotelica non funziona: ci dà un'immagine del mondo inaccettabilmente distorta rispetto alla fisica newtoniana, ad esempio. A mio parere non basta auspicare una cosa per poter dire che è come la si auspica. Fare attenzione al linguaggio fa parte di quel lavoro filosofico che cerca di scoprire di una cosa cosa essa sia.
Non capisco bene cosa lei intenda per "norme assolute in epoche determinate e per singoli individui concreti". Per come capisco io, una norma assoluta in epoca determinata e per singoli individui (o per un gruppo di individui che si costituiscono in civitas retta da leggi) è esattamente la nozione di Quintiliano. Una norma che si può cambiare scrivendo un'altra cosa esercitando la sovranità di cui parla Carl Schmitt. Il discrimine sta nella possibilità di cambiare la norma esercitando una sovranità. Lì sta il germe, la struttura, della non assolutezza della norma. Lì sta l'esercizio dell'arbitrio della scelta, che è, tra l'altro, molto più esteso di quanto si possa pensare di normare. Non sono un filosofo del diritto e arrivo alle questioni filosofiche di fondo dallo studiare e dal contribuire a realizzare macchine reattive e può darsi che il mio pensiero sia deformato da questo e dalla mia passione per le tecniche. Ma non mi pare che si possa sottilizzare molto su ciò. L'evoluzionismo non fa altro che ribadire sul piano fisico questo concetto: i comportamenti che funzionano emergono a posteriori dalle interazioni degli esseri in riferimento al contesto da cui emergono.
Una legge fisica non è così. Il nocciolo algoritmico dell'evoluzione per selezione naturale non è così. Non posso cambiare la costante di Planck o il principio di conservazione dell'energia o annullare la selezione naturale per decreto di sovranità. Se lo faccio ad arbitrio, il mio edificio conoscitivo degrada e non coglie più caratteristiche salienti della realtà. Degrado la descrizione senza, per altro, agire su quella regolarità della realtà.
Posso non avere formulato per nulla la nozione di momento flettente e di sezione resistente e le atre nozioni della scienza delle costruzioni, ma se anche non le ho formulate e non le conosco, se pianto una trave in un muro e la sovraccarico e in questo modo il mio sistema viola quelle leggi che dicono che, per reggere, la trave deve essere fatta in un certo modo, la trave si rompe. Posso pure imparare a fare la trave correttamente senza alcuna formulazione conoscitiva (verbalizzazione) della legge fisica sottostante. Qualsiasi insetto "sa" a quale ramo appendersi senza che si rompa, anche se non verbalizza la scienza delle costruzioni. Si potrebbero fare esempi simili in biologia: se la clonazione da cellula somatica differenziata funziona e produce la pecora Dolly, vuol dire che non c'è legge fisica cogente contro quella possibilità. E' un grado di libertà all'interno dei confini fisici della realtà, confini che la "filosofia naturale" va a scoprire e demarcare per la nostra conoscenza (nostra nel senso di chi intende conoscere). Ma non "crea" la regolarità della realtà dalla legge. Dal punto di vista del mio percorso intellettuale questa differenza è immediatamente evidente. Come ho detto, forse mi sfuggono altre cose che forse altri con formazioni più umanistiche della mia vedono distintamente. Non so. Io vedo questo.
Se si vuole equiparare la cogenza o la struttura di una legge della polis a quella di una legge della physis si fanno pasticci filosofici, a mio parere. Ma forse invece Aristotele pensava che si potesse farlo e forse anche Kant pensava di poterlo fare, cercando di fare una fisica della ragione sul modello di quella di Newton, fisica che però penso non avesse capito bene. Penso che Newton sarebbe inorridito di fronte al tentativo di Kant. Secondo me molta confusione si è fatta con questa duplice accezione del concetto di legge, che risale, torno a dire, all'istituzione da parte di Platone della "fallacia del moralista" a pratica del conoscere. Insomma è il residuo di animismo che ancora c'è in Platone, da cui Aristotele tenta di svincolarsi, e che forse in epoca romana, fino a Costantino, non c'è più, per poi tornare in epoca cristiana e tornare gradatamente a sparire da Galileo in poi, ma possiamo dire con Machiavelli, Hobbes, Hume, ecc. (ovviamente è una grezza semplificazione, ma è per dare una sensazione di cosa intendo dire).
Nel Critone la cosa a me pare evidentissima. La ragionevolezza a considerare il rispetto della legge in quanto tale, che il personaggio Socrate argomenta, mostra evidente questa fallacia. Presupporre che il rispetto incondizionato della legge sia condizione razionale perché la legge abbia efficacia, e liberi così dalla tirannia dell'uomo sull'uomo, nasconde soltanto l'assunzione implicita dell'interesse, reso arbitrariamente astratto, a che la legge venga rispettata. Non svela una verità della "physis". Svela semmai cosa occorrerebbe perché una legge del logos fosse cogente. Non "physicizza" il logos. Non lo "naturalizza". Instaura solo un dualismo arbitrario che può diventare arma potente se tale "physicizzazione" fantasma viene creduta argomentata e presa per vera. Aiuta a distinguere i "barbari", il nemico, l'altro da sé. La stessa operazione che, sullo sfondo, tenta di fare Kant, per quanto mi riesce di capire del suo pensiero. Glissare su questo nodo è il difetto di fondo del pensiero greco vincente, che il pensiero del cristianesimo razionale mi pare erediti in pieno. Sovente mi chiedo se, alla fine, la tirannia di una astrazione, che poi deve necessariamente essere interpretata per essere tradotta sul piano fisico, sia quella liberazione che la tradizione platonica presume di portare.
Questo è quanto vedo. Forse sbaglio. Forse non ho capito molte altre cose. Ma è quello che, ad oggi, capisco. Non so se riesco a spiegarmi.
Circa le motivazioni che mi spingono a fare quello che faccio (rompere le scatole con e-mail e mettere su web le mie esternazioni) non penso proprio di farlo per un kantiano senso del dovere. Direi che la passione per pensare pubblicamente sia di più il mio caso. Forse è un tentativo di chiarimento a me stesso. E forse anche un tentativo di evitare dispiaceri potenziali. O casuali contingenze che mi permettono di farlo. O forse semplicemente vanità. In fondo è più divertente che guardare la TV. Chissà. Comunque passioni, desideri, voleri. Quando non mi divertirà più farlo, o non potrò più farlo, smetterò. Insomma, non trovo sia qualcosa di vagamente simile all'imperativo categorico (concetto che trovo molto discutibile e labile, ma che sarebbe lungo discutere qui). Io, per quanto riguarda me, non lo percepisco così. Di più non so dire.
Una battuta sull'imperativo categorico. Puzza un po' di fumo. Kant mette in piedi un edificio grandioso per poter fondare una morale assoluta per via di ragione. Ma ho l'impressione che sia un tentativo vagamente analogo a quello di Zenone di Elea (anche se molto più raffinato e complesso), al quale è sembrato sensato dire che il movimento non esiste (in aperto contrasto coi sensi) dato che non gli riusciva di spiegarlo con la ragione che si ritrovava. Per Kant mi sembra un po' lo stesso: dato che non gli pare vero che non si possa fare etica assoluta, si costruisce un enorme edificio per rendere assoluto un suo nobile desiderio. Insomma non si capisce perché l'imperativo categorico non sia come le altre massime morali. In fondo dipende dal volere che ci sia e che viga, ma non ha alcuna cogenza fisica e, anzi, proprio per questo diventa una massima del volere che viga, così contraddicendo le premesse che lo fondano. Poi, quando Kant pensava, non c'era quasi tutta la fisica che c'è ora, in primis la termodinamica (Carnot, Clausius, Boltzmann), col concetto di entropia che mette in luce severissime cogenze del mondo fisico rispetto ai gradi di libertà del pensiero. Poi nessuno azzardava qualcosa di simile all'evoluzione, e non c'era tutta l'evidenza, che abbiamo ora, circa il nostro essere macchine. E poi c'è tutta la questione se sia possibile parlare di ragione senza fare riferimento ai dispositivi fisici che la producono e quale rilevanza fisica ciò eventualmente abbia. Noi non possiamo esimerci dal vivere fisicamente. E un'etica assoluta finisce per produrre paradossi nel mondo fisico, a meno di restare fuori del mondo fisico. Ma sarebbe veramente troppo lungo discuterne qui, posto che io ne avessi la competenza.
Temo sia un'illusione quella di poter fare un'etica aperta all'assoluto. Non condivido il suo ottimismo. Non sono pregiudizialmente ostile a norme etiche assolute, ma non vedo alcuna formulazione credibile e affidabile di ciò. Comunque, a mio parere, non la si può fare senza un duro uso critico del pensiero. Se no ci raccontiamo favole. Che può pure andare benissimo. Ma restano favole che vanno in fumo al primo martire di Allah, o alla prima rivoluzioncella, o alla prima manipolazione di DNA. O di fronte al grande oil-crash che ci sta davanti in questi prossimi 20 anni.
Mi stia bene anche lei.
Bruno Caudana.
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